
GreenPower

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Sei superfici lo portano, quattro no. Qui ci sono tutte e dieci, con il meccanismo dietro ciascuna — e le date in cui abbiamo visto rompersi quello che adesso una prova tiene fermo.
Su sei: la bolletta (logo in testata e recapiti di assistenza dell’agenzia, con «fornitura erogata da GreenPower» in basso), il contratto (copertina, prima pagina e schede tecniche), il gestionale (barra, icona, notifiche e schermata di accesso), l’area clienti sul web, il sito di vendita su un indirizzo dedicato e il manuale della rete di vendita. Non arriva su quattro: la fattura resta emessa da GreenPower con la sua partita IVA e la sua numerazione, i prezzi e i codici offerta sono depositati in ARERA da GreenPower, l’app iOS e Android porta il marchio GreenPower, e il co-branding vale dai contratti firmati dopo la data di decorrenza.
Ogni riga dice anche come lo sappiamo: non la promessa, il meccanismo.
Il documento porta il tuo logo in cima, i tuoi recapiti di assistenza e i tuoi colori. In basso resta scritto chi eroga la fornitura, sotto la dicitura «fornitura erogata da».
Come lo sappiamo. Ogni personalizzazione entra in `bolletta.ts` come un bivio: se c’è l’accordo una cosa, altrimenti quella di prima. Il ramo «altrimenti» è la bolletta che ricevono decine di migliaia di clienti, e riscriverlo per sbaglio non produce nessun errore — produce una frase diversa su decine di migliaia di documenti che nessuno rilegge. È successo davvero, con due parole invertite. Da allora una prova rende la bolletta in tutti i casi e se ne accorge il build.
La copertina si disegna col tuo marchio, il contratto la porta in prima pagina e ogni scheda tecnica dell’offerta viene timbrata. Non è un logo appiccicato sopra un PDF: il documento si compone col tuo vestito addosso.
Come lo sappiamo. Il fascicolo passa dallo stesso motore del contratto di co-branding, con lo stesso registro dei campi. Il modo in cui si rompe non è un errore rosso: è un contratto che arriva alla firma con un segnaposto stampato dentro, o una clausola vuota che nessuno nota. Gli invarianti tengono insieme il testo — che l’area legale cambia senza toccare il codice — e il registro che decide chi compila cosa.
I tuoi colleghi entrano da un indirizzo tuo e trovano la tua insegna prima ancora di digitare la password. Il marchio arriva nella barra laterale, nel bollino quadrato e nelle notifiche del browser, per il capofila e per tutta la struttura sotto di lui.
Come lo sappiamo. Wordmark e icona sono due file diversi, e la ragione è una misura: la barra compressa disegna il bollino dentro 36×36 pixel, dove un wordmark rimpicciolito è una striscia alta due millimetri. Per questo l’icona non ripiega sul wordmark e viceversa — se manca, resta la nostra. Fino al 15 agosto 2026 il bollino restava il nostro per tutti: chi lavorava per un’agenzia si trovava la propria insegna accanto alla nostra «g».
Consumi, bollette, pagamenti, variazioni e chat sul web, tinti col tuo colore. L’assistenza in chat porta il tuo logo e i tuoi recapiti, mai i nostri.
Come lo sappiamo. La regola è che il cliente non deve accorgersi di nessuna differenza fra una fornitura nostra e una in co-branding. Il 13 agosto 2026, su un’utenza vera, non era così: l’area clienti diceva «0 contratti attivi» con tre bollette elencate sotto, e il pulsante di scarico su due di quelle rispondeva con un errore. Un riquadro a zero e un pulsante rotto sono la differenza più evidente di tutte, e arrivano prima di qualunque bolletta.
Non una vetrina: il simulatore di risparmio, le offerte che decidi tu di mostrare e l’attivazione online con firma. I contatti e le richieste che arrivano da lì sono tuoi.
Come lo sappiamo. Il logo della testata è un file suo, distinto da quello della bolletta: fino al 24 agosto 2026 in cima al sito finiva il logo pensato per la carta — inchiostri scuri, margini da stampa — che in una barra alta 76 pixel è quasi sempre sbagliato, e nessuno se ne accorge perché «un logo c’è». Anche il pannello della chat ha la sua vestizione: prendeva il vetro chiaro del sito di casa e su un tema scuro dava testo bianco su grigio chiaro, 1,1 a 1.
Non è più un PDF caricato una volta: si compone al momento con il tuo marchio e i tuoi colori, e resta allineato senza che nessuno debba ricaricarlo.
Come lo sappiamo. Si genera dalla stessa scheda del marchio che veste tutto il resto. Un manuale caricato a mano invecchia il giorno dopo, e l’agente che lo legge non ha modo di sapere che è vecchio.
Sono i limiti veri, ed è meglio leggerli adesso che scoprirli dopo la firma.
Partita IVA, ragione sociale, numerazione, IBAN e il canale verso il Sistema di Interscambio non cambiano. Il tuo marchio si affianca al nostro, non lo sostituisce: il cliente vede la tua agenzia, il fisco vede noi. Il programma che genera la fattura elettronica non conosce nemmeno l’esistenza degli accordi di co-branding, e una prova impedisce che quella parola entri in quei file.
Prezzi e codici offerta sono depositati in ARERA da chi vende, e chi vende siamo noi. Tu scegli quali offerte mostrare, sul tuo sito e ai tuoi commerciali — non il loro prezzo.
In negozio c’è un’app sola ed è la nostra. Funziona anche per i tuoi clienti in co-branding — bollette, rateizzazioni e variazioni sulle loro forniture passano da percorsi dedicati, quindi la usano senza accorgersi di nessuna differenza — ma il logo che vedono aprendola è il nostro. Un’app dedicata alle agenzie è in programma; finché non c’è, questa riga resta com’è.
Il marchio si timbra sul contratto al momento della firma, non si ricalcola a ogni stampa: i clienti che hai già portato restano com’erano. Il parco storico si può convertire, ma è una scelta esplicita che si prende insieme, non un effetto collaterale.
Le domande sul programma — quanto costa, chi fattura, cosa succede se un cliente non paga — stanno nella pagina delle agenzie.
Come funziona il co-brandingSì, ma dipende dal rapporto. In co-branding il logo dell’agenzia va in testata insieme ai suoi recapiti di assistenza, e in basso resta la dicitura «fornitura erogata da GreenPower»: il venditore è chi emette la fattura, e il cliente deve poterlo leggere. Da reseller emetti la tua bolletta col tuo marchio, ma prima devi iscriverti agli elenchi EVE ed EVG, avere almeno 100.000 € di capitale sociale versato e prenderti il rischio di credito. In tutti e due i casi il vincolo non è grafico: è che il documento fiscale deve dire chi vende.
Sì, ed è scritto dove deve stare. Sulla bolletta il nostro marchio resta in basso, sotto la dicitura «fornitura erogata da»; sul contratto il venditore è GreenPower. È una regola di sostanza, non di grafica: il cliente deve sapere con chi ha il contratto, e un documento fiscale che lo nasconde è un documento sbagliato. Il tuo marchio si affianca al nostro, non lo sostituisce.
Lo carichi tu, una volta, dal gestionale: otto immagini e cinque colori. Da lì si vestono da sole 140 variabili di tinta sul sito e 378 nel gestionale, con un freno che impedisce le combinazioni illeggibili. Non esiste un campo «colore del testo», ed è apposta: il contrasto lo calcola il sistema a partire dal fondo, così nessuna scelta può produrre una schermata che non si legge.
Sì, e non è burocrazia. Il wordmark lungo e il bollino quadrato sono due file distinti perché la barra compressa del gestionale disegna l’icona dentro 36×36 pixel: un wordmark rimpicciolito lì dentro diventa una striscia alta due millimetri, cioè niente. Allo stesso modo il logo per la carta — inchiostri scuri, margini da stampa — in una barra alta 76 pixel è quasi sempre quello sbagliato. Se un file manca, resta il nostro: non si ripiega su un altro tuo.
Restano come sono. Il marchio si timbra sul contratto al momento della firma, non si ricalcola a ogni stampa: una bolletta di marzo ristampata a settembre esce con il marchio che aveva a marzo. È voluto — un documento fiscale che cambia aspetto quando lo si riapre non è più una copia dello stesso documento.
Oggi no. In negozio c’è un’app sola e porta il marchio GreenPower. Funziona però anche per i tuoi clienti in co-branding: bollette, rateizzazioni e variazioni sulle loro forniture passano da percorsi dedicati, quindi il cliente la usa senza accorgersi di nessuna differenza. Un’app dedicata alle agenzie è in programma. A vestirsi col tuo colore, intanto, è l’area clienti sul web.
In demo carichiamo il tuo marchio e componiamo un contratto e una fattura veri: te li porti via in PDF, e non è un’immagine di esempio.
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